L'INTERVISTA PAOLA DE MICHELI / PARLAMENTARE PD
Mangia alla velocità della luce, parla a macchinetta che fatichi a starle dietro, sorride sempre, ti racconta di Platini e di papa Francesco. Della maratona che farà a Chicago, l'ottava della sua carriera podistica. Delinea pure la teoria dell'espansione del cuore, tutta farina del suo sacco. Ha sempre suscitato sentimenti contrastanti, Paola De Micheli. Ma che sia personaggio, non si discute. In 18 anni di politica ha fatto di tutto: assessore comunale, parlamentare, ministro, sottosegretario, commissario per la ricostruzione, vice segretaria nazionale, candidata alla segreteria del partito. Da come parla i muri dei palazzi romani, e i volti di chi conta, non hanno segreti.
Onorevole De Micheli, partiamo dall'attualità piacentina. In una settimana una serie di episodi di violenza hanno scosso la nostra comunità. Come giudica questo clima?
« Evitiamo le strumentalizzazioni politiche. Il lavoro delle forze dell'ordine di prevenzione e repressione è fondamentare e fa capo al Ministero dell'Interno: è evidente che servono più uomini e mezzi, perché chi viola la legge, di qualunque nazionalità sia, va punito. Invece il Governo in questi anni ha introdotto nuovi reati, litigato coi giudici, se l'è presa coi più poveri e mai coi potenti. A noi amministratori compete agire sull'educazione, la rigenerazione urbana, l'inclusione sociale: su questi temi il Comune sta operando con grande impegno e progetti importanti».
Un'altra questione locale di estrema attualità è legata alle tante inchieste che stanno investendo la sanità pubblica. Qualche giorno fa, dopo l'inchiesta sugli appalti che ha scosso l'Ausl piacentina (nel frattempo ne è scoppiata un'altra), si è affrettata a manifestare solidarietà all'azienda sanitaria. Non ci voleva un po' più di cautela?
«Quando una persona è indagata, c'è un solo tribunale che può condannare, quello previsto dalla legge. La politica deve fare altre valutazioni e lo sciacallaggio visto su queste vicende credo sia inaccettabile. C'è anche un motivo personale per avere questo atteggiamento: la sanità piacentina è fatta di persone meravigliose e tutte le volte che qualcuno ha bisogno si comportano in modo straordinario. Potrei fare mille esempi. A Piacenza non solo hai sempre cure appropriate, ma anche tanta partecipazione emotiva alla fragilità causata dalla malattia ».
Pensa dunque ci sia una sorta di accanimento nei confronti del sistema sanitario?
« Non credo, sono in corso indagini, valutazioni, approfondimenti. Chi attacca la nostra sanità ha esponenti nazionali del proprio partito già condannati in via definitiva. A destra, come al solito, sono garantisti con gli amici e giustizialisti con tutti gli altri, per qualche follower in più. Lo ritengo ipocrita ».
Com'era Paola De Micheli da bambina?
«Come adesso. Ero già... troppo: esuberante, iperattiva, sportiva, piena di energia e di sogni, affettuosa, desiderosa di piacere a tutti, che però è anche un limite. Sono la prima di tre fratelli, Patrizia e Matteo, e dovevo essere un po' responsabile perché mia mamma, il vero modello di riferimento della mia vita, aveva un bel carico con tre figli nati in quattro anni, essendo rimasta vedova. Per questo cercavo di non essere capricciosa ».
E ci riusciva?
«Solo una volta sono scappata: una domenica dissi che andavo a messa. Invece presi un treno per Torino a vedere la Juve di Platini. Non c'erano i telefoni, mia mamma impazzì. E pensare che qualche anno fa ho conosciuto Platini e gli raccontai questa storia».
Juventina?
«Da sempre anche se adesso sono un po' più tiepida. Pietro, mio figlio, mi ha chiesto di tifare anche per la Roma. Ammetto che andiamo spesso all'Olimpico ed è uno spettacolo davvero emozionante».
A proposito di Roma. Come se la cava il sindaco Gualtieri?
«Molto bene. Con i suoi modi precisi e decisi, ha avviato la rinascita della Capitale. Il progetto di termovalorizzatore cambierà il volto della città, ha sbloccato la metro C che abbiamo finanziato quando era ministro dell'Economia e io ministra dei Trasporti. In generale sta facendo un lavoro molto faticoso, ma già visibile. Pietro ogni tanto gli manda qualche vocale per ringraziarlo».
La fortuna di essere figlio di una famosa..
«E' figlio di una ex collega di Gualtieri (sorride, ndr)...».
Domanda di rito: che poster aveva in camera?
«Ne avevo tre: Boris Becker, Michel Platini e Aldo Moro».
Platini l'ha spiegato, ma Becker?
«Quando giocava a Wimbledon ... Becker ha rappresentato l'inizio del tennis moderno. Sono ancora appassionata di tennis, ho assistito alla finale della Paolini a Roma. E ogni tanto gioco anch'io, con scarsi risultati ammetto».
Aldo Moro?
«Perché sono democristiana di famiglia, di nascita, di sangue. E perché Moro, pagando con la vita, ha dato inizio a una nuova era della sinistra italiana ed europea».
Parliamo di pallavolo, di cui per due anni è stata anche presidente della Lega. Come nasce questa passione?
«Ho giocato per tanti anni a Pontenure, il mio paese. Poi a 22-23 anni ho smesso. Diedi una mano a Guido Molinaroli nell'anno della promozione del Copra volley dalla A2 all'A1, fino allo scudetto. L'allora allenatore, Mauro Berruto, è oggi mio compagno di banco in Parlamento (è deputato del Pd, ndr), mi sopporta... A un certo punto la Lega pallavolo ebbe un problema, all'epoca ero sottosegretario all'economia ed ero pure incinta. Mi chiamò l'ad della Lega, oggi presidente, Massimo Righi. In quei tre anni abbiamo realizzato una buona riforma finalizzata a valorizzare i giovani, l'opposto del conservatorismo della Federcalcio. Ne ho parlato in un recente colloquio con "Il Giornale" di Sallusti. Nel calcio sono 15 anni che non emerge un vero grande campione italiano, pur essendoci più di un milione di praticanti. Perché abbiamo i campioni nella pallavolo e nel tennis, ma non nel calcio? La vittoria è sempre figlia di organizzazione, allenamento e talento».
Cosa rappresenta per lei Ferriere?
«E' casa, rifugio, la natura incontaminata, le serate in discoteca al Roan, la casa della mia amica Anna Scaglia che si occupa di me, e dei miei cugini Badovini. Ferriere è anche mio figlio che gioca con i suoi cugini, siamo un clan, undici, uniti e inseparabili. Ferriere è focolare d'inverno ed esplosione di vita d'estate».
Quanti anni ha Pietro?
« Nove, facciamo tante cose insieme. E' sportivo e studia molto. Vuole imparare il latino per capire i romani che hanno fondato Roma e Piacenza, le sue città. E' un bambino molto allegro. Abbiamo una filosofia: se si è buoni, si è felici. Quando perde a calcio, per un quarto d'ora è intrattabile. Poi ci ridiamo su, però».
È complesso conciliare i doveri di madre e di parlamentare?
«Non è facile, ma stando all'opposizione ho qualche serata in più. E poi ho una tata ucraina favolosa».
Lei nasce però come manager nel settore agroalimentare?
« Preciso: nasco come agricola. Io stavo nei campi, sui trattori, in fabbrica. Ho perfino litigato con Cragnotti quando era il patron della Cirio tanti anni fa».
Caso Agridoro, una ferita ancora aperta?
«Agridoro è stata una grande avventura imprenditoriale, nata come opportunità per gli agricoltori contro la gestione della Cirio di Cragnotti che stava creando gravi problemi economici. Abbiamo costruito la nostra azienda nel 1998, Agridoro che ha raggiunto gli obiettivi fino al 2003. In seguito sono avvenuti due eventi, nella campagna del 2004 piovve tutto agosto e il raccolto fu scarso e cattivo. Inoltre arrivarono i prodotti cinesi in Europa a prezzi dimezzati, con un'operazione di dumping insostenibile. Presentai un piano di riordino finanziario approvato dalle banche ma non dai soci. Per questo diedi le dimissioni e dopo sei mesi i soci scelsero di liquidare. La liquidazione di Agridoro si sta concludendo in queste settimane e l'onestà di noi amministratori è stata confermata in tutte le sedi da due decenni».
Perché c'è ancora tanta cattiveria addosso a lei nonostante sia passato tanto tempo?
« Per troppi è insopportabile che una donna semplice ce l'abbia fatta. Agridoro è e sarà sempre l'esperienza professionale più importante della mia vita. L'abbiamo costruita quando avevo 23 anni, sembrava una missione impossibile. Agricoltori, associazioni, Luigi De Micheli, Fornari, Sforza Fogliani e Gatti mi sostennero. Ricordo che l'attuale ministro Foti scrisse su un giornale cose terribili su di me, quando avevo solo 30 anni. Fu una grande sofferenza, ma Foti poi mi chiese scusa. Posso accettare qualunque critica, ma non si può toccare la mia onestà».
Democristiana, si diceva. Come nasce la sua passione politica?
«Vinsi le elezioni di rappresentante d'istituto al liceo Gioia e mi iscrissi poco dopo alla Dc. Il segretario era Silvio Bisotti, l'uomo che mi ha cambiato la vita, oltre che un grande amico. Entrai nella direzione della Dc giovanissima, nella corrente della sinistra guidata da Pinuccio Sidoli, che mi scoprì. Poi l'esperienza nei giovani popolari, l'incontro con Andreatta. Insomma, sono sempre stata dalla parte giusta della storia (sorride, ndr)».
Al suo matrimonio, qualche anno fa, c'era anche Confalonieri, massimo dirigente Mediaset, e amico di Silvio Berlusconi. Dicono che ebbe la possibilità di candidarsi in Parlamento anche con Forza Italia. Mai stata corteggiata?
«La sono sempre stata, da vari partiti di destra e di sinistra. Non perché qualcuno dubiti dei miei valori, ma perché sopra ogni cosa desidero risolvere i problemi. Ho un solo partito, che ho concorso a fondare, la mia comunità e l'oggetto di ogni mia attenzione, il Partito Democratico ».
L'ha conosciuto Berlusconi?
«Sì, nel marzo 2012 quando non era già più Presidente del Consiglio. Mi stimava, mi diede consigli su come apparire in tv. Mi disse di essere sempre me stessa perché la tv non nasconde mai ciò che sei, anzi se menti si vede prima. Quel giorno aveva un ginocchio che gli faceva male perché aveva giocato a hockey da Putin. Che dire? Berlusconi avrebbe davvero voluto fare la riforma costituzionale insieme all'opposizione, ma era troppo complicato per noi. Se salvo qualcosa del suo operato? La propensione forte alla stabilità internazionale: per lui la pace era strumento per il raggiungimento della libertà e del benessere. Non ho condiviso quasi nulla di quello che ha fatto. Ha sempre cambiato qualcosa, questo è innegabile. Nel calcio, nella tv, in politica. Su di lui pesa una grande responsabilità: aver distorto il rapporto con gli elettori attraverso gli strumenti di comunicazione. Ha trasformato la politica in un'arena. Oggi siamo alle estreme conseguenze di quel processo, portato avanti dal Movimento 5 stelle di Grillo e Casaleggio. Questo leaderismo sfrenato è sbagliato e ha allontanato gli elettori».
La sua ascesa politica inizia però nel 2007 quando entra nella giunta Reggi.
«Ero responsabile extra Ue di Conserve Italia. Tornai da un viaggio in Cina e Reggi, altra persona fondamentale per me, mi chiese di aiutarlo nella campagna elettorale. Quando venne confermato sindaco, nella rosa di nomi per gli assessori (il segretario della Margherita era Bisotti), c'ero anche io. Arrivò così la chiamata di Roberto (Reggi, ndr) che mi indicò come assessore al bilancio e risorse umane. Credo che abbiamo fatto un buon lavoro, in quella giunta c'erano anche Katia Tarasconi e Ignazio Brambati, vero maestro di vita».
Poi, dopo un solo anno, spiccò il volo per il Parlamento. Questo successo così repentino qualcuno non gliel'ha mai perdonato...
«C'era una legge elettorale dove sceglievano le segreterie le candidature, il Porcellum. Costruimmo la campagna delle prime elezioni primarie per il Pd e Letta scelse Piacenza per candidarsi. È lì che conobbi Enrico (Letta, ndr). Le donne in lista alle politiche erano poche e i candidati piacentini erano uomini. Venne indetta una selezione interna ai circoli, le primariette, nelle quali raggiunsi il consenso più alto. Nella lista definitiva Franceschini mi collocò al 24esimo posto, la prima tra i non eletti. Rifondazione non raggiunse il quorum e fu Migliavacca a chiamarmi alle 4 di notte per dirmi: sei deputata della Repubblica ».
L'hanno sempre accusata di avere preso poche preferenze.
«Ogni volta che ho avuto la possibilità di misurarmi col consenso, l'ho fatto. Primariette, primarie, comunali. E' molto raro che un ex ministro si candidi nel suo comune e sono stata la più votata. Ho sempre cercato di aiutare tutti, anche chi mi ha fatto del male. Quasi sempre quelli che mi hanno attaccato nella vita, quando mi hanno conosciuta, hanno cambiato idea. Un nome? Pietro Senaldi, condirettore del quotidiano Libero. Stessa cosa con Sallusti».
Che rapporto ha con il ministro Foti?
«Ci rispettiamo, siamo diversi in tutto, ma abbiamo un obiettivo comune: fare bene per Piacenza. Tra l'altro nel suo staff ci sono miei ex collaboratori. Giudico le opinioni e le scelte, ma non attacco mai le persone ».
Può dirsi sua amica?
«Il rispetto tra avversari è già un'ottima premessa».
È stata la prima donna ministra dei Trasporti. Fu dura?
« All'inizio durissima. Ma tutti gli investimenti che si vedono oggi sono stati decisi allora: autostrade, porti, metropolitane. I 1200 cantieri sbandierati da Salvini sono stati avviati durante la nostra gestione. Certo ho avuto il Pnrr e in quei mesi abbiamo potuto soltanto immaginare l'Italia del futuro, egemone nel Mediterraneo e più sostenibile ».
A chi deve un grazie?
« Devo ringraziare Bisotti, Reggi e Cacciatore. Quanto mi manca Francesco (Cacciatore, ndr). I suoi consigli erano preziosissimi. Devo molto a Enrico Letta, a volte il nostro rapporto è litigarello e sempre molto franco. Io non ti do ragione se non sono convinta. E ho imparato a confrontarmi senza soggezione ».
Ha condiviso anche tanti anni in Parlamento con Bersani. Con lui come sono i rapporti?
«Credo un rapporto buono, anche se a volte un po' freddo. Forse perché non provengo dalla sua storia (sorride ndr). Ma ho condiviso sempre le sue scelte e gli devo molto».
Ci dica invece di Renzi.
«Un visionario che ha sprecato l'occasione di tenere la sinistra al governo per dieci anni. Ci vediamo spesso e gli dico sempre che si era preso la "chigite"...».
Si spieghi meglio.
«La "chigite" è la malattia degli incarichi monocratici che concentrano molto potere. Quando si sta a Palazzo Chigi ti succedono le cose più incredibili, incontri Obama e tutti ti danno ragione».
Vuol dire che ci si monta la testa?
«Si rischia di credere di essere eterni, che è diverso. Chi non ha avuto la "chigite" è Paolo Gentiloni, che è un romano ironico. Renzi ha pagato la sconfitta al referendum costituzionale. Ora sta dando una mano al centrosinistra e al nostro Pd, e andremo lontano».
Intanto però Meloni continua a volare nei sondaggi.
«Il destino non è scritto, la storia la scriviamo noi. Sapevo che se Meloni fosse andata al governo non l'avrebbe mollato facilmente. Ma tutto dipende da noi, dal Pd e dalla capacità di uscire dalla zona di comfort. Mi sono candidata alla segreteria anche per questo. Per aiutare il Pd a tornare egemone nella sinistra ».
Quindi due anni di Schlein alla guida del Pd per lei sono negativi?
« Elly ha consentito al partito di scrollarsi un po' di polvere. Ma le consiglio spesso di costruire un pensatoio, che vada oltre l'attualità e ci aiuti a definire una nuova visione di Paese e di Europa. In fondo Meloni è arrivata al 30 % generando un sentimento e un sogno, anche se non ha realizzato nulla: la nostra idea di giustizia sociale deve tornare ad essere un grande progetto collettivo».
Mai uno scontro con Meloni in aula?
«Non condivido nulla di quello che fa e dice, ma abbiamo un rapporto cordiale, rispettoso. Eravamo in attesa dei nostri figli insieme. Capita che le mamme del Parlamento mi chiedano consigli per gli aspetti organizzativi, mi sento spesso la "zia" dei figli delle colleghe».
Anche il Pd piacentino ha appena varato un nuovo corso. Soddisfatta?
«Il tentativo è quello di costruire un nuovo gruppo dirigente, valorizzando i giovani. Anche se io e la Tarasconi, devo dire, siamo ancora giovanissime».
Corre ancora le maratone?
«Certo, mi sto allenando per quella di Chicago, la mia ottava».
Come trova il tempo per fare tutte queste cose?
«Ho la mia teoria, quella dell'espansione del cuore».
È pure filosofa adesso?
«Gliela spiego: meno ti fai prendere da sentimenti negativi, più sei felice e moltiplichi le energie. Chi è troppo occupato a odiare, restringe il suo tempo. Chi ama, lo dilata».
Qualche anno fa si è separata.
«Una scelta certamente sofferta, ma con Giacomo ho ancora un bel rapporto. È stato un grande amore».
Con la sindaca Tarasconi adesso sembra vada tutto a gonfie vele, ma non è stato sempre così. È stato un rapporto faticoso?
«E' stato un rapporto faticoso, perché dentro al Pd eravamo sempre su posizioni diverse».
Ma anche perché eravate due primedonne.
«Sono più primedonne gli uomini. Tre anni fa ho avuto dal partito l'incarico di chiederle di candidarsi a sindaco. Per arrivare lì tanti colloqui e telefonate. Provo grande ammirazione per lei. I confronti talvolta sono duri, ma non nascondo che oggi è una delle persone a cui sono più legata. E la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Piacenza è stato anche un grande conforto per la nostra attività amministrativa».
Dopo tre anni di amministrazione Tarasconi sono state avviate tante opere, ma non mancano le critiche, anche vibranti. Come giudica l'operato della giunta?
« Il consenso è cresciuto, come dice anche "Il Sole 24Ore", ma chi prende decisioni e realizza progetti attira anche le critiche. Tarasconi è una sindaca che decide e ha coraggio, e io da cittadina vorrei avere politici che hanno coraggio».
Le consiglierebbe di ricandidarsi nel 2027?
«Sì. Non solo lo consiglio a lei, ma soprattutto ai piacentini».
Ha più dato o ricevuto dalla politica?
«Ricevuto, ma ho dato tutto. E continuerò a farlo».
Dove si vede nel 2027?
«Ad accompagnare Pietro al primo giorno di scuola media».
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